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Licenziamento illegittimo

Ricevere una lettera di licenziamento non significa che sia definitivo. Non ogni licenziamento è legittimo, e quando non lo è la legge prevede delle tutele. Il punto è capire se il tuo caso rientra tra questi — e i tempi per farlo sono stretti.

Il licenziamento è l'atto con cui il datore di lavoro pone fine al rapporto. Perché sia valido deve rispettare precise condizioni di forma e di sostanza. Quando una di queste manca, il licenziamento può essere impugnato davanti al Giudice del lavoro.

Quando un licenziamento può essere illegittimo

Le situazioni più ricorrenti sono queste. Non sono alternative rigide: spesso in un singolo caso se ne sovrappongono più d'una.

Vizi di forma

Il licenziamento deve essere comunicato per iscritto e, di regola, deve indicarne i motivi. Un licenziamento intimato oralmente è, in linea di principio, radicalmente inefficace. Anche il mancato rispetto della procedura prevista — ad esempio per i licenziamenti disciplinari o per giustificato motivo oggettivo — può incidere sulla legittimità del recesso.

Giusta causa o giustificato motivo insussistenti

Il datore deve avere una ragione reale e sufficiente: un grave inadempimento (giusta causa), un motivo legato alla condotta del lavoratore (giustificato motivo soggettivo) o a ragioni organizzative dell'impresa (giustificato motivo oggettivo). Se il motivo addotto non esiste, non è provato o è sproporzionato rispetto al fatto, il licenziamento può essere annullato.

Licenziamento discriminatorio

È nullo il licenziamento fondato su ragioni di genere, età, condizioni di salute, orientamento, convinzioni personali, appartenenza sindacale, o intimato in concomitanza con situazioni protette — come la maternità. La tutela in questi casi è la più forte prevista dall'ordinamento.

Licenziamento ritorsivo

Quando il licenziamento è una reazione a un comportamento legittimo del lavoratore — una richiesta di differenze retributive, una denuncia, una testimonianza — può configurarsi un intento ritorsivo, anch'esso causa di nullità.

I termini contano, e sono brevi. Il licenziamento va impugnato, in via stragiudiziale, entro 60 giorni dalla sua comunicazione (art. 6, L. 604/1966). Successivamente, il ricorso al giudice — o la richiesta di conciliazione o arbitrato — va promosso entro 180 giorni. Decorsi questi termini, l'impugnazione decade: il diritto si perde per ragioni puramente temporali, indipendentemente dalla fondatezza. Se hai ricevuto una lettera, il tempo per valutare è adesso.

  1. Giorno 0

    Comunicazione

    Ricevi la lettera di licenziamento: da qui decorrono i termini.

  2. Entro 60 giorni

    Impugnazione stragiudiziale

    Contestazione scritta del licenziamento (art. 6, L. 604/1966).

  3. Nei 180 giorni successivi

    Ricorso o conciliazione

    Deposito del ricorso al Giudice del lavoro, o richiesta di conciliazione o arbitrato.

Cosa si può ottenere

Le conseguenze di un licenziamento dichiarato illegittimo variano secondo il vizio accertato, le dimensioni del datore e la disciplina applicabile — che è diversa a seconda della data di assunzione (tutele crescenti per i rapporti sorti dopo il marzo 2015; regime dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori per i precedenti). In termini generali, gli esiti possibili spaziano dalla reintegrazione nel posto di lavoro a un'indennità risarcitoria di entità variabile. Quale tutela spetti nel caso concreto è precisamente ciò che va valutato prima di agire — e nessun esito può essere garantito in anticipo.

Cosa fare, in pratica

Il primo confronto serve esattamente a questo: stabilire se il licenziamento presenta profili di illegittimità e se conviene impugnarlo. Con una valutazione realistica, anche quando la risposta è che non ci sono i presupposti.

Non aspettare la scadenza dei termini.

Bastano poche righe sulla tua situazione per una prima valutazione. Senza impegno.